Mercato interno “nontiscordardime”

di Sergio Coccia

Il tessile d’arredamento italiano andrà in Cina, in agosto, partecipando con un proprio padiglione a una grande manifestazione tessile a Shanghai. Non ci va per “arrendersi” – come Vercingetorige ai piedi di Cesare dopo la sconfitta di Alesia che determinò la caduta di tutta la Gallia – ma con la voglia di conquistare un mercato sterminato che deve smettere di essere spauracchio per diventare, finalmente, grande opportunità. Il tutto sotto l’egida di Proposte e con la collaborazione della rinata ICE. Bravi. Indipendentemente dai risultati di questa prima edizione, questa resta comunque una buona notizia.

La crisi del mercato europeo coinvolge circa il 60% delle esportazioni di comparto – senza contare la situazione del mercato interno – è quindi ovvio che esplorare altre piazze commerciali è un imperativo assoluto. Tuttavia vorremmo spingere ciascuno di noi a ragionare in termini più complessivi e non solo nel tentativo, sovente frenetico, di tappare buchi o mettere pezze (più appropriato) a situazioni complicate. Sono anni ormai che in tutto il comparto tessile per la casa– sia d’arredamento, sia di biancheria – l’argomento mercato interno viene risolto con una battuta: «…Non esiste più…». Ora, a prescindere dalla situazione contingente assolutamente straordinaria, è comunque un fatto che non abbia più il peso di una volta, che qualsiasi azienda desiderosa di sopravvivere debba strategicamente portare i suoi indici d’esportazione oltre le striminzite cifre medie del comparto – soprattutto nella biancheria casa – ma che il mercato nazionale non esista più lo rifiutiamo, prima di tutto, come atteggiamento culturale. Oltre che di cifre. Le svariate migliaia di punti di vendita che caratterizzavano la rete distributiva di una ventina d’anni fa non hanno più senso – e molti di loro hanno già chiuso – ma ciò non significa che si debba decretare tout-court la fine di questo comparto distributivo che, piaccia o no, resta l’anima del commercio italiano. Potrà mutare, ridursi, restringersi, perdere quote di fatturato, ma potrebbe anche qualificarsi, migliorare, esaltare il proprio ruolo, aggiornare il proprio protagonismo, intensificare e rinsaldare il rapporto con la clientela che non predilige il libero servizio, essere ancora il punto di riferimento di una categoria di prodotti che deve stare fuori dalla mischia della “global identity”. Eppure sembra che a ben pochi interessi tale futuro. È assolutamente normale che ci si preoccupi di salvare il domani a breve termine delle proprio imprese, magari raddrizzando una strategia esportativa per troppo tempo ignorata, eppure ci sembra che si stia compiendo lo stesso errore: prima, in regime di vacche grasse, nessuno si preoccupava di organizzare il futuro guardando verso l’estero, dopo – cioè oggi – si guarda “solo” oltreconfine e si è già decretata l’affrettata morte del mercato nazionale. Cambia il soggetto ma la miopia è la stessa. Sarebbe invece il caso che si ragionasse sul domani della “Piazza Italia”, ci si confrontasse su quale strada si deve percorrere per recuperarlo questo mercato, si giungesse alla serena conclusione che il dettaglio, da solo, non ce la può fare. Ha bisogno di aiuto, supporto e formazione. È tutto il settore che deve impegnarsi, mettersi attorno a un tavolo e dedicare un po’ di tempo a riflettere. Anche perché solo in questo modo si potrebbe trovare qualche formula valida per fare pressione verso la politica, non dico invocando una sorta di “piano Marshall” per la distribuzione italiana del tessile casa, ma almeno imponendo un minimo d’attenzione e d’interesse a un problema che coinvolge qualche migliaio d’imprese distributive.

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