Tessile acqua e sapone

Magda Rossini
Magda Rossini
Magda Rossini

Si parla tanto delle nuove generazioni. Delle loro difficoltà a trovare collocazione e spazio in un panorama del lavoro che sembra perennemente ostacolarli, invece che facilitarne l’ingresso. Tutto vero, ma non sempre – per fortuna – è così. Ci sono delle situazioni in cui è proprio la volontà dei giovani a determinare la continuità di una tradizione imprenditoriale forte di decine d’anni di storia. E, una volta tanto, di storie con un tal buon tasso di positività se ne ritrovano nel comparto del tessile d’arredamento. Quella di oggi riguarda Magda Rossini e l’azienda di famiglia, la Telor, ex Tessitura Lodovico Rossini.

È figlia di una classica famiglia d’imprenditoria tessile dell’area lecchese, ma non è “nata su un telaio” come spesso si usa dire. Magda Rossini conosce bene l’attività industriale del padre ma il suo percorso scolastico e di passione è orientato ad altro: alle lingue straniere e all’attività di pubbliche relazioni. Così le sue prime esperienze professionali, alle soglie del 2000 (lei è classe 1981), si svolgono nell’area della promozione e degli uffici stampa con contatti internazionali (addirittura negli uffici di relazione esterne di strutture teatrali), dunque a un universo di distanza dall’azienda tessile familiare. A un certo punto però si manifesta l’occasione: nel 2005 la Tessitura Lodovico Rossini ha intensi rapporti con l’estero, esporta il 90 % delle sue collezioni e proprio questo genere di relazioni internazionali rappresentano il territorio ideale per mettere a frutto gli studi linguistici della giovane. Dunque tutto scritto e naturale? L’azienda di famiglia, la possibilità di un ingresso “morbido” nel proprio mondo del lavoro, un futuro segnato e prevedibile. In realtà no. Magda Rossini non entra nell’impresa come “figlia del titolare” ma come una giovane che deve imparare tutto del mondo tessile. «Conoscevo la differenza fra trama e ordito e, più o meno, come si realizzava un tessuto – ci dice – ma le mie competenze finivano lì. Dovevo partire dall’inizio, conoscere tutto, e così è stato. Sono entrata nell’ufficio stile muovendo i primi passi proprio partendo dallo strumento principe per la creazione di un tessuto, il Cad». Dunque modestia e semplicità, gli stessi pregi che non l’hanno abbandonata a quasi dieci anni di distanza dall’inizio della sua avventura, nonostante oggi Magda Rossini abbia un ruolo determinante in azienda e, soprattutto, nel 2007 abbia dovuto rispondere a una domanda da far tremare i polsi: te la senti di andare avanti? Perché in quell’anno si è posta la questione se proseguire l’attività aziendale, rilevando le quote del secondo socio deciso a lasciare, o terminare l’avventura considerati i molti anni di “militanza” del padre nel campo tessile. La risposta fu secca: andiamo avanti. Tutto questo avendo ben chiaro che il processo di formazione e di acquisizione delle competenze era ben lontano da essere terminato. In sintesi Magda Rossini appare come un buon concentrato di spirito giovanile –aperta, disponibile, cosciente che sulla comunicazione e sull’immagine si gioca molto dell’azienda – su una base di valori positivi di quello che possiamo definire il “genius loci” del territorio, ovvero semplicità, poca prosopopea, volontà del fare. Il risultato è uno stile “acqua e sapone” che mette a proprio agio istantaneamente noi interlocutori e, molto probabilmente, anche la clientela.

Lei è entrata in azienda nel 2005 e già nel 2007 si è trattato di fare una scelta cruciale: prendere o lasciare, o meglio, andare avanti o chiudere. Come ha affrontato quel momento? Con che spirito e con che idee?

In realtà è stato un momento importante ma non drammatico. Io stavo affrontando il mio percorso formativo nell’ufficio stile e nei primi contatti con la clientela, quindi non ho avuto un ruolo diretto in quel passaggio. Ho però dovuto rispondere a una domanda fondamentale: se avevo davvero voglia, in prospettiva di portare avanti l’azienda. In poche parole, se ci credevo. Non ho avuto difficoltà a rispondere di sì. Già due anni prima, in occasione del mio ingresso nell’impresa mi era chiaro che l’opportunità era importante per coniugare le mie passioni per le lingue e le relazioni con l’estero, con un’attività più operativa, dopo le esperienze di lavoro che avevo già fatto. E non si trattava solo di ricavarmi una collocazione ma di riprendere un vecchio amore, il disegno e la creatività, muovendo i primi passi nell’ufficio stile. In ogni caso quel momento per me era ancora schiettamente formativo e il processo di riorganizzazione e ripartenza aziendale fu frutto del lavoro di mio padre e dei suoi collaboratori più che mio.

Però è stato il momento di scelte importanti. Acquisire il ramo d’azienda sotto un nuovo marchio e aprire una nuova unità produttiva in India, vicino a Mumbai, riprogettando e ricollocando completamente la collezione…

Non dico che stavo a guardare, però il processo di ingresso e preparazione all’acquisizione di responsabilità per me è stato sempre fondamentale e mai calato dall’alto sulla base dell’appartenenza familiare. Quando sono entrata in azienda conoscevo il mondo tessile solo per sentito dire. Dovevo imparare tutto e il luogo migliore per fare esperienza e conoscere questo universo così profondo e interessante era certamente l’ufficio stile e prodotto, ovvero il luogo dove le nostre collezioni nascono e crescono. Oggi posso dire di amare questo comparto, ma è stata una passione nata dalla conoscenza, non per una sorta di determinazione dinastica. È certo che le scelte di sette anni fa mi hanno visto condividere il progetto strategico. Far nascere Telor, aprire lo stabilimento in India, mutare il “mood” delle collezioni sono state un susseguirsi di passi strategici che ho condiviso, ma bisogna sempre dare a Cesare quel che è di Cesare. Diciamo che credo che il mio contributo sia stato utile nella misura in cui ho portato una certa freschezza giovanile e, naturalmente, tutto quello che avevo imparato nel campo delle relazioni pubbliche e dell’immagine. Il resto è venuto col tempo e con l’esperienza.                                                2

Quale è stata la prima cosa che ha cambiato quando è entrata in azienda, o meglio, quando si è sentita in potere di farlo?

Sarò sincera, il divano all’ingresso! Una tessitura italiana specializzata nell’arredamento non può, nel primo approccio d’accoglienza in azienda, esibire un divano in pelle. È una questione d’immagine e anche di credibilità. A parte gli scherzi, credo che più degli atti concreti sia stata proprio la freschezza, il desiderio di svecchiare e, in qualche modo, smitizzare un po’ l’ambiente, il contributo primo che ho portato. Tutto questo avendo ben presente il giusto peso dei ruoli e la necessità di fare esperienza sul campo. Esistono però delle macro-evidenze che saltano agli occhi anche a una prima osservazione di questo settore: mentre nell’ambito dei rapporti con la clientela l’esperienza e la conoscenza tecnica viaggiano di pari passo e sono fondamentali, anche un occhio non esperto nota che l’intero nostro comparto vive di ritardi importanti in termini di comunicazione e di apertura verso il mondo. Capita ancora di vedere stand chiusi, timori quasi ossessivi di copiatura, considerazione nulla per i rapporti comunicazionali, quasi sospetto nei confronti del nuovo. Un tipo di approccio davvero ormai superato. Ho mosso i primi passi nel mondo del lavoro proprio curando relazioni esterne internazionali, immaginatevi quindi con quale spirito ho potuto affrontare il problema. Ho cercato di aprire, colorare, liberare, tutto il possibile.

Torniamo all’impianto produttivo in India. Una azienda di tessile d’arredamento italiana che delocalizza in Asia. Argomento scottante…

Non, no, non ci siamo capiti. La produzione Telor di tessuti è per il 70% rigorosamente Made in Italy e il restante 30% prodotto in India è riconoscibile e dichiarato. Noi avevamo strategicamente bisogno di andare a produrre alcune parti della collezione dove il costo industriale è più contenuto, per mantenere una scala prezzi, su alcune categorie di tessuti, in grado di reggere la concorrenza internazionale, ma la nostra non è stata un’azione “furbetta” per marcare Made in Italy ciò che facciamo in Asia. Non abbiamo delocalizzato spostando a una decina di migliaia di chilometri produzioni che prima facevamo qui e, di conseguenza, depauperando la produzione interna. Al contrario abbiamo creato un’altra realtà produttiva che è andata ad arricchire la nostra offerta, integrandola, allargandola e facendola più forte sul mercato internazionale. I tessuti che escono dai telai in India arrivano in Italia per le consegne e le forniture inerenti al mercato europeo ma se, per esempio, devono andare negli Stati Uniti, partono direttamente da là ed è quindi chiara e trasparente la provenienza. Nessun giochino, anzi. Posso dire oggi, a qualche anno di distanza dal via operativo di quella scelta strategica, che è stata una delle mosse vincenti del nostro rilancio.

Lei accennava che l’azienda prima della trasformazione esportava il 90% delle sue collezioni. Oggi, invece, mi sembra che siate al 50% di esportazione e al 50% di forniture per il mercato interno. Vuole dire che mentre tutte le aziende del comparto cercano disperatamente d’incrementare l’export voi avete fatto un percorso inverso?

Nessun percorso inverso, nessun ritorno programmato, bensì una semplice ricollocazione dell’impresa sul mercato. Anzi, sui mercati più diversi. Mercati che, a loro volta, hanno risposto e recepito la nostre creazioni con intensità diverse. Noi lavoriamo principalmente con grossisti e industria del mobile e, soprattutto all’estero, anche con qualche editore tessile. Lo spirito caratterizzante delle nostre collezioni non è la decorazione estrema e figurativa anche se, ultimamente, ho cercato di muovere lo stile delle nostre creazioni verso un maggior impatto cromatico, una maggiore caratterizzazione e personalità estetica. Un compito non facile dato che l’impronta stilistica che esprimiamo non è impositiva – cioè non proponiamo un’unica collezione all’italiano come al russo, come all’americano – ma dialogante. Sono fermamente convinta che l’offerta di un’azienda tessile vince quando dimostra capacità d’adattamento, rapidità d’interpretazione e di risposta, efficienza e versatilità, senza dimenticare la variabile prezzo, purtroppo mai ignorabile. La conseguenza di questa posizione è che ciò che noi offriamo non è “una” collezione, ma un’insieme di tante micro collezioni variamente localizzate e personalizzate, a seconda dei mercati a cui sono indirizzate. Credo che questa sia una tra le ragioni più importanti che spiegano come noi possiamo lavorare senza particolari differenze sul mercato interno come su quello internazionale.

Siamo quasi alla scadenza dei suoi primi dieci anni in azienda: che desideri ha per i prossimi dieci?

Credo di non essere originale su questo argomento. Consolidare i progetti che abbiamo avviato, continuare nel processo di rinnovamento, che ritengo in realtà non abbia mai fine e, magari, cominciare a raccogliere i frutti del grande impegno che abbiamo profuso in questi anni.

Ma lei si sente più creativa o imprenditrice?

Decisamente più creativa, anche se il grande impegno è coniugare sempre meglio i due ruoli.

 

 

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