Siamo giovani, quindi cauti

Maria Alberta Zibetti con i figli Marco e Paolo Fazzini

Se dal fantomatico “giovane” vi aspettate irruenza e precipitazione, poca riflessione e tanta passione, allora rimarrete delusi. Se invece avete sempre creduto che affidare ai giovani le leve del comando è una giusta e doverosa azione di rinnovamento, che comporta un basso grado di rischio, allora avrete le dovute conferme. Dal dialogo con Marco e Paolo Fazzini emerge il profilo di due manager che hanno idee precise, sogni ben circostanziati ma una ben chiara visione di cosa si può e non si può fare nel futuro a breve e medio termine di un impresa del comparto tessile casa.

Che il nostro settore non esprima un intenso ricambio generazionale è un dato di fatto. Del resto questo è un problema che attanaglia ogni aspetto della società italiana, per cui c’è poco da meravigliarsi. Tuttavia non è vero neanche il contrario. Giovani imprenditori o giovani dettaglianti ve ne sono. In qualche caso si affermano e più spesso sono in una sorta di stand bay manageriale in attesa di ottenere lo “scettro” del comando. Certamente, rispetto ad altre nazioni, questo passaggio è più faticoso e meno lineare ma, almeno questa volta, vogliamo guardare il bicchiere come mezzo pieno e non mezzo vuoto.

I protagonisti della nostra intervista sono due giovani “veri”, i fratelli Marco e Paolo Fazzini, classe 1976 il primo e 1983 il secondo. Formano, con la madre Maria Alberta Zibetti, il trio gestionale dell’impresa di famiglia, una delle aziende italiane di biancheria per la casa che meglio si sono mosse in questi ultimi anni. Da ogni punto di vista. Un’occasione da non perdere per toccare con mano come la pensano dei rappresentanti delle generazioni che dovranno affrontare il lavoro nel complesso periodo attuale, dovendo compiere le scelte che saranno le basi per il futuro. Cosa ci aspettavamo? Il cliché consueto vorrebbe i giovani un po’ incauti, innamorati delle proprie idee e testardi, molto sperimentatori e poco calcolatori. Ecco, dimenticatevi un profilo del genere per i nostri interlocutori. Con non poca sorpresa abbiamo colto riflessione e ragionamento, cautela e razionalità, un po’ di conservatorismo e molta capacità di mediare tra aspirazioni e realtà quotidiana. E, attenzione, non si è trattato di una buona recita della parte di fronte alla “stampa”: la distinzione tra ciò che si sogna e ciò che si fa ha permeato ciascun loro discorso, dimostrando una convinzione reale che non poteva essere frutto di una lezione mandata a memoria. Insomma, ancora una volta, il “giovane” ci spiazza: continua a sognare ma è capace di tenere i piedi ben piantati a terra. Una bella lezione per chi di solito fa spallucce e porta come giustificazione alla dominante gerontocrazia attuale l’incapacità delle nuove generazioni a essere affidabili. E così abbiamo di fronte Marco, laureato nel 2000 in filosofia e Paolo in economia aziendale nel 2005. Il primo con un master in gestione d’azienda e il secondo in marketing e comunicazione. Un primogenito che predilige la visione aziendale e il campo dello sviluppo d’impresa e un secondogenito più incline alla creatività. Una sorta di panorama perfetto per l’integrazione in azienda a fianco della madre che, non va mai dimenticato, è stata l’anima della profonda evoluzione di quest’impresa lombarda: una trasformazione resa sostanziale nell’ultimo decennio e che ha visto Fazzini mutare da produttore di collezioni di biancheria per la grande distribuzione a una delle realtà più raffinate e creative dell’attuale panorama di comparto. Un quadretto idilliaco? Probabilmente no, non siamo nel campo delle favole, però un’indiscutibile unitarietà d’intenti quella sì, è evidente. E questo è certamente un vantaggio per l’intera impresa.

 

Marco laureato in filosofia, Paolo in economia aziendale. Poi il primo si occupa di sviluppo e gestione aziendale, il secondo di marketing e comunicazione. Mi sembra che ci sia un po’ di confusione tra ruoli e aspirazioni. Cominciamo subito da qui: cosa volevate fare in realtà nella vita?

Marco Fazzini – Una laurea in filosofia potrebbe sembrare quanto di più lontano possibile da un impegno di gestione aziendale come il mio. In realtà non è così. Il mio amore per la speculazione, l’analisi delle progettualità si sposa perfettamente con l’intento che avevo quando sono entrato nell’impresa di famiglia. Accettare un compito del genere porta inevitabilmente solo a gestire l’esistente mentre, dal mio punto di vista, il compito primario di un giovane è quello di contribuire alla progettualità, a scrivere un futuro possibile. La risposta quindi è chiara: è stata una libera scelta nella quale ho voluto cogliere tutti gli aspetti positivi possibili. Non si è trattato di un destino segnato verso il quale chinarsi ma del gradimento di una opportunità fortunata. Amo speculare al fine di trovare soluzioni ideali, e l’attività d’impresa mi permette di fare ciò.

Paolo Fazzini – Se vogliamo chiamarlo “dovere” di famiglia possiamo anche chiamarlo così, però aggiungiamo anche che è stato un dovere assolutamente condiviso. La tipologia di studi che ho compiuto fanno parte di una scelta che si può definire standard, ma subito dopo si sono manifestate le mie preferenze con il master in marketing e comunicazione. La mia inclinazione è più verso la creatività, il prodotto, quel complesso di stile e capacità di comunicarlo agli altri indispensabile a un’azienda che fa moda, anche se per la casa e non direttamente per la persona. In questo senso seguo di più il percorso di mia madre. Però non c’è mai stata forzatura, obbligo. Concordo con mio fratello che viviamo una condizione privilegiata, ma pur essendo in vantaggio, se non ci fosse condivisione sarebbe una situazione difficile da gestire. Non credo che ci riuscirei.

 

L’accento che mettete è sul gradimento di un destino di gestione aziendale, non mi sembra però che il tessile, di per sé, scateni i vostri entusiasmi… Sarebbe stato lo stesso se Fazzini avesse prodotto tondini in ferro?

Marco Fazzini – L’oggettività dell’approccio all’impegno del lavoro è una componente importante, ma non è come dice lei: il tessile fa parte della nostra vita, è stato compagno della nostra infanzia, quindi non possiamo ignorarlo. Forse non appare così presente nelle nostre risposte perché è una componente scontata, inevitabile, dalla quale partire per qualsiasi altro ragionamento. Poi c’è una parte di verità in quello che dice: a oggi io non ho sentito un forte stimolo creativo verso queste merceologie – al contrario di mio fratello – per questo forse preferisco concentrare la mia capacità progettuale nella gestione d’azienda e nelle sue strategie per il futuro, sento di essere più utile facendo ciò. Può essere che tale atteggiamento comunichi un po’ di freddezza, ma non è così.

Paolo Fazzini – Per quello che mi riguarda invece c’è proprio un valore di “vicinanza” da mettere in luce. Questo prodotto mi piace. Mi piace fare bella biancheria per la casa. Non so rispondere se sarebbe stato uguale con un’impresa che faceva altro, certo è che allo stato attuale mi sento di suonare nell’orchestra giusta e di divertirmi pure.

 

Come vede un giovane manager il comparto del tessile casa. C’è un futuro per questo settore? Ci sono margini per aumentarne la visibilità?

Marco Fazzini – Questo è un argomento complesso perché bisogna innanzitutto scindere e poi integrare le aspirazioni e le proprie visioni dalle effettive possibilità dell’azienda in cui si lavora. Solo mettendo in luce le dovute differenze, e non cadendo nell’errore di confondere le une con le altre, si riesce a individuare un quadro possibile e realizzabile. Credo che lo spazio per ridare un po’ d’interesse al comparto tessile casa, seppur molto ristretto, ci sia ancora. Occorre individuare e perseguire un giusto posizionamento sul mercato facendo leva sui propri punti di forza, nel nostro caso qualità e creatività. È esattamente quello che abbiamo fatto noi. Le collezioni Fazzini degli ultimi anni sono obiettivamente migliori delle precedenti e per questo il mercato ci ha premiato. Dopo di che possiamo discutere sulle possibilità che ha il tessile casa in termini di rapporti di consumo. La domanda è semplice: al di là della crisi abbiamo ancora un consumatore in Italia disposto a spendere duecento euro per un completo letto? Io credo che siano meno di un tempo e questo deve spingerci a trovare soluzioni alternative. Ma ancora non basta. Il settore può vivere da solo? Anche su questo tema bisogna stare attenti: l’aspirazione e la visione mia personale vorrebbe una forte spinta verso un concetto più complessivo di distribuzione dedicata alla casa, e non segmentata come l’attuale, ma l’intero sistema distributivo è ancora lontano da questo tipo di progettualità. Quindi noi dobbiamo integrare i sogni con la realtà. Ora come ora noi stiamo compiendo un buon lavoro di affinamento e di precisazione del profilo aziendale. Siamo riconoscibili, il nostro stile ha una sua precisa identificazione e le nostre collezioni sono apprezzate. Sono i punti di partenza imprescindibili da cui partire per qualsiasi ragionamento del futuro. Solo se è più forte l’azienda può scegliere di percorrere strade innovative, diversificare, o addirittura fare altro.

Paolo Fazzini – Sono molto d’accordo. Credo assolutamente che la riconoscibilità dello stile, una precisa e visibile architettura delle collezioni, la giusta dose di articolazione e differenziazione delle proposte siano le condizioni indispensabili per affrontare un mercato in evoluzione. Non dimentichiamoci mai che noi siamo specialisti e in quanto tali dobbiamo porci innanzitutto l’obiettivo di migliorare la nostra offerta. Se poi si dovranno intraprendere altre strade potremo farlo partendo da una condizione di forza. Certamente questo settore da solo farà sempre più fatica e se sarà necessario individueremo altri spazi merceologici, magari contigui, da percorrere e magari altri target di consumo da incrociare, ma non bisogna anticipare i tempi perché oggi si rischia grosso. Quando sarà il momento ci penseremo.

 

Quanta saggezza! Mi sembrate guardinghi e cauti oltremodo. Ma nei vostri sogni il marchio Fazzini è ancora specialista di tessile casa o deve uscire da ambiti così ristretti?

Marco Fazzini – Purtroppo non è detto che si resti specialisti… Così va il mondo…

…Quindi nessuna visione “oltre orizzonte”, nessun desiderio di esplorare altri argomenti della casa. Solo voglia di gestire l’esistente…

Marco Fazzini – Ma no! La mia era una battuta. Torno al discorso di prima. Una cosa è la realtà, altro è l’aspirazione e il sogno. Da anni penso che nel futuro occorrerà spaziare in una vastità di argomenti merceologici e stilistici più ampia e complessiva nei confronti della casa. Certo che mi piacerebbe portare il nostro brand a firmare complessi stilistici capaci di caratterizzare completamente un ambiente. Ma questo sogno deve essere seguito da un progetto chiaro che possa stare in piedi. Ci stiamo pensando da tempo. Ma non vogliamo essere obbligati a cambiare strada frettolosamente dalle condizioni del mercato. Poiché questo porterebbe a impegni con un basso grado di progettualità. In questo senso ho detto “purtroppo”: il cambiamento deve essere scelto con entusiasmo e convinzione, non subito obtorto collo.

Paolo Fazzini – Accelerare determinate decisioni è pericoloso quando il calendario delle strategie ha una sua logica ben studiata. Fazzini ha costruito collezioni che non sono solo un ampliamento di gamma – penso a Blow, per esempio – ma la concretizzazione di una precisa strategia che, per esempio, prevede un diverso approccio all’esportazione, vero tallone d’Achille di questo comparto. Non sono processi rapidi, presuppongono tempi precisi, ecco perché si deve stare molto attenti alle fughe in avanti. Non è conservatorismo “tout court” ma la necessità di non compiere errori in un quadro delicato.

 

Dal punto di vista manageriale secondo voi conta di più la risorsa umana o la produttività e il prodotto?

Marco Fazzini – La nostra è un’azienda familiare e il rapporto stesso con tutti i nostri dipendenti non ha le caratteristiche di conflittualità che possono esserci in realtà di maggiore dimensione. Ci hanno insegnato il rispetto e l’educazione quindi la risposta è ovvia. Ma la questione è più profonda e attinente a un “mood” impercettibile che l’imprenditore deve saper diffondere nel luogo di lavoro. Dallo spessore umano dell’imprenditore nasce il sistema di valori idoneo all’integrazione e alle performance del personale. Da noi questo aspetto conta più degli obiettivi numerici. Abbiamo la verifica quotidiana che se non c’è condivisione e informazione tra tutte le componenti di un delicato meccanismo come un’azienda, soprattutto in momenti complessi, non si va da nessuna parte.

Paolo Fazzini – Credo che il compito di un manager sia quello di esaltare il piacere del lavoro nei suoi collaboratori. Può sembrare un’ovvietà, ma per troppo tempo si è affidato solo all’aspetto economico la soddisfazione del collaboratore. Non basta, anche perché le caratteristiche del mercato del lavoro italiano rendono sempre più complesso puntare solo su questo argomento. Il lavoro non è fatto solo di salario e questo vale per tutti a qualsiasi livello. Io credo che una maggiore partecipazione, maggiore sintonia, maggiore percezione dell’importanza del proprio ruolo sia la base per l’armonia in azienda. Forse è una chimera in termini generali, forse è possibile solo in realtà medio piccole dove il rapporto personale è più semplice e costante. Però, anche a livello astratto e di discussione mi sembra se ne parli sempre meno, e questo a mio parere è sbagliato.

 

Ultima domanda. Siete molto attenti ai nuovi media. Internet, Facebook per voi sono argomenti degni di grande attenzione e questo è logico perché siete della generazione giusta. Però non mi sembra che siate presenti in nessuna formula di vendita online. È una precisa scelta? Che idea avete del Web come strumento per il settore biancheristico?

Paolo Fazzini – Dai punti di vista dell’informazione e della divulgazione ne penso il meglio possibile anche se, ultimamente, la parcellizzazione tra tanti modelli di comunicazione rende faticosa la progettazione di una campagna pubblicitaria e promozionale efficace. Nello specifico di Internet, per quanto riguarda le vendite, sono più freddo. Per il nostro settore si tratta ancora di un mercato con numeri trascurabili. Non credo che il gioco valga ancora la candela. Sui social network, Facebook in particolare, posso dire che ci sta dando grandi riscontri. È una finestra diretta e rapidissima sul mondo di consumo che ci permette di cogliere sensazioni e opinioni in tempi e modi impensabili fino a ieri.

Marco Fazzini – Anch’io penso che per il mondo delle informazioni, anche quelle commerciali come le nostre, Internet e i nuovi media siano molto importanti e una vera e propria opportunità, mentre per le vendite si tratta di una vera e propria iattura. È un ulteriore colpo al nostro già fragile sistema distributivo e un contributo importante alla confusione su prezzi, qualità, valore, provenienza dei prodotti. Torniamo al discorso della solidità. Un sistema distributivo forte e chiaro potrebbe affrontare il tema di una sua estensione verso questi nuovi strumenti, ma la situazione italiana è ben lontana da essere così. L’approccio alle vendite online è caotico, fuori controllo, anche un po’ schizofrenico, questo non fa che rendere ancora più confuso il consumatore, in difficoltà il negoziante e a disagio l’azienda che non sa bene che atteggiamento prendere. No, credo sia un campo dal quale, almeno per ora, star fuori senza alcun rimpianto.

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