Se non sarà “Sari”, cosa sarà?

di Sergio Coccia

In un agosto sferzato da un caldo davvero opprimente e dall’ammorbante esercizio dell’informazione a trovare i nomi mitologici più banali e orribili per gli eventi atmosferici (Caronte, Minosse, Lucifero, eccetera) ci è capitato di leggere un interessante articolo su Repubblica.it a firma Maurizio Ricci – uscito il 26 agosto, col titolo “New Logo Mangeremo da Nando’ s bevendo Inca Kola” per chi volesse documentarsi – nel quale si spiega con chiari dati come il mercato globale stia cambiando e le imprese emergenti o appena emerse non ragionino più in termini di mercati esportativi ma sugli immensi bacini interni di vendita. E siccome chi opera su volumi mondiali non può fare troppe versioni dei prodotti, ci capiterà di consumare merci fatte seguendo gusti e logiche cinesi piuttosto che indiane o brasiliane.

Dallo stesso articolo, per esempio, scopriamo che i giganti del luppolo, cioè i veri produttori della birra sono due e sono sudafricani e brasiliani, anche se le loro sedi sono in Belgio e che, secondo uno studio dell’americana McKinsey – guru internazionale della consulenza – si narra che nel 2025 (domani, praticamente) i consumi nei paesi emergenti varranno 30 miliardi di euro, il triplo di oggi. Dunque, e non è una novità, l’asse dei consumi, delle scelte e delle preferenze si sposta in Asia e in Sudamerica. Detto questo, ciò che ci interessa sottolineare è che, ribaltando la questione, il succo non cambia. Cioè se i grandi loghi mondiali non sono più Philips ma Lg, Htc e non Nokia, o la turca Ülker per i cioccolatini, nuova proprietaria del marchio belga Godiva, anche per chi vuole esportare nei mercati dove davvero si fanno i fatturati, il problema è che ci si deve adeguare e rispettare gusti, tradizioni e preferenze propri di quei bacini di consumo. Cosa vuol dire tutto ciò, per estensione, nel nostro comparto? Che per esportare in India le nostre imprese tessili dovranno mettersi a fare “Sari”? Forse questo è un eccesso ma certamente non si potrà non tener conto delle tradizioni di quelle nazioni lontane, altrimenti la fin troppo utilizzata scusa del “Made in Italy” si scioglierà come neve al sole. Lasciamo stare l’abbigliamento che non è il nostro mondo, lasciamo stare le griffe che sono solo “prestate” – e con luci e ombre – al nostro comparto. Pensiamo invece a una filiera che vuole mantenersi industriale e manifatturiera e quindi ha bisogno di volumi e numeri non episodici. Questa benedetta filiera pensiamo davvero che possa limitarsi a presentare la fragile carta dello stile italiano? Dico questo perché il problema è che la logica a cui facciamo riferimento “deve” diventare davvero esportativa, dunque superare per forza quella soglia attuale e davvero risibile del venti per cento di export medio rispetto a un mercato globale che rivendica in prospettiva breve, non solo il diritto a produrre, ma anche quello a guidare le tendenze e i trend. Per fare ciò, dunque, dovrà trovare altro per riempire di concretezza quella che a mio parere sta diventando solo una stanca declaratoria con sempre meno valore. Ricette non ne abbiamo, non è il nostro compito, ma suscitare il dubbio e la discussione, quello sì, quello è il nostro dovere.

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