Indignarsi è cosa buona e giusta

Non mi piacciono particolarmente gli editoriali di presentazione della rivista. Quegli scritti cioè che non introducono argomenti di riflessione ma “presentano” i servizi che seguono nel magazine. Questa volta però farò un’eccezione. Più avanti nel numero troverete la rubrica d’interviste “Il personaggio”: è dedicata a Pietro Virzi, tappezziere e presidente della Cita (Consociazione Italiana Tappezzieri Arredatori). La chiacchierata con Virzi mi porta a porre alla vostra attenzione un tema: ci può essere vero rilancio di un Paese che non è capace di valorizzare i propri mestieri? Per quello che mi riguarda penso proprio di no. Il mestiere di tappezziere è antico e nobile, pieno di riferimenti culturali e di qualità manuale. Non è fermo come si potrebbe pensare – leggendo il pezzo ve ne accorgerete – anzi, è in continua evoluzione. Eppure… eppure in Italia non esiste, da una dozzina d’anni, una scuola riconosciuta di tappezzeria salvo una specie di Fort Alamo a Meda (si chiama Tappezzieri Afol Meda). Ebbene sì, l’Italia ha arredato le magioni e le regge di tutto il mondo ma oggi tutta questa tradizione rischia di andare a catafascio. Ora, è vero che abbiamo avuto dei recenti ministri della Repubblica che hanno dichiarato che “con la cultura non si mangia” ma, perbacco, con l’artigianato, sì! Insomma, tra le tante assurdità che ammorbano la nostra italietta, possiamo facilmente sottolineare, almeno dal nostro punto vista, anche questa. Nonostante la buona volontà del più grande nucleo organizzato di artigiani del comparto, la scuola non c’è. Forse siamo pazzi, ma siamo fermamente convinti che non dovrebbero essere gli artigiani a voler ricostruire la possibilità di studiare tappezzeria: dovrebbe bastare una segnalazione e i ministeri di competenza, le istituzioni territoriali avrebbero dovuto occuparsene, perché perdere un mestiere, senza timore di essere pomposi, significa perdere un pezzo della propria cultura di popolo. Ci sono tante ragioni per cui ogni giorno potremmo indignarci in Italia e, nel piccolo del settore, questa è certamente una delle più importanti. Su questo argomento dovrebbero essere toccate le sensibilità di tutti protagonisti del settore, non solo degli stessi artigiani. Dovrebbero preoccuparsene i produttori di tessuti, gli editori tessili, gli architetti che si occupano d’interni, persino i commercianti “puri”. Perché l’interlocutore artigiano è fondamentale, non solo perché “fa” ma perché è portatore di esperienze e tradizioni estetiche che possono non piacere ma che risultano sempre utili.

Non so se il settore in Italia andrebbe meglio se questo comparto non fosse – come molti altri – abbandonato a sé stesso. Probabilmente a questa terribile crisi non si sarebbe sfuggiti per qualche migliaio di giovani impegnati a studiare per diventare maestri tappezzieri, eppure un piccolo contributo al futuro potrebbe darlo anche questa scuola. E certamente male non farebbe. Ma, soprattutto, se nei confronti dei tappezzieri è stato così facile compiere questa sorta di abbandono, sono autorizzato a credere che altrettanto sia successo per molti altri comparti artigiani. Ed ecco allora che l’insieme di questi abbandoni configura un vero e proprio reato contro il patrimonio culturale e l’economia del Paese, a cui qualcuno dovrebbe porre rimedio. Che dite, proviamo ad alzare la voce?

Voi cosa ne pensate?

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