In memoria di una grande fiber artist

Maria Lai - Telaio del meriggio
Maria Lai – Telaio del meriggio

Il 16 aprile scorso ha segnato un anno dalla scomparsa di Maria Lai, importante e amatissima fiber artista italiana: l’associazione Arte & Arte ha organizzato in suo onore – all’interno degli eventi di Miniartextil Como 2014 – la proiezione del film “Ansia di Infinito”, a cura di Clarita di Giovanni (2009), che è stato proiettato contemporaneamente a Ulassai (OG), dove l’artista era nata nel 1919 e dove nel Museo di Arte Contemporanea sono raccolte 140 sue opere. La formazione artistica di Maria Lai avviene al liceo artistico di Cagliari e – rara presenza femminile – al corso di scultura dell’Accademia di Belle Arti di Venezia, tenuto da Arturo Martini. Nel 1954 si trasferisce a Roma e inizia la sua attività artistica, in cerca di un proprio linguaggio espressivo diverso da quanto circolava in quegli anni, anti-monumentale e informale.

Maria Lai è stata un’artista di esemplare e radicale coerenza, allegra, spiritosa, riluttante all’esibizione al limite della visibilità. Le sue opere utilizzano doversi media e variano da piccoli e morbidi libri di stoffa a grandi installazioni che coinvolgono tutto il territorio. Quando negli anni Settanta espone i primi telai allestiti come sculture readymade è notata da Mirella Bentivoglio – artista, poetessa e curatrice di arte al femminile – tra le prime ad apprezzarne l’originalità e la forza, che nel 1978 la invita alla Biennale di Venezia.  Lai usa il cucito come una scrittura su stoffa e i fili flottanti come segno di libertà con cui compone racconti misteriosi, mappe astrali e fiabe, come Tenendo per mano il sole, a cui seguono il ciclo delle Geografie e la serie dei Libri cuciti.

Non bisogna però pensare di relegarla in un mondo ‘al femminile’, basti pensare all’energia della  sua famosa performance che coinvolge tutto il paese di  Ulassai: 26 chilometri di nastro azzurro, portato da tre scalatori sulla cima della montagna, scende a valle legando tutto il paese collegando con un nodo le porte delle case le cui famiglie che sono in amicizia e con un pane delle feste annodato in azzurro le case dove c’è amore. Nel 1992 torna in Sardegna perché, dice “E’ l’ultimo mio naufragio in Sardegna. Non è un ‘ritorno a casa’. Il viaggio è la casa. Siamo sulla terra, che gira a circa trenta chilometri al secondo, in un viaggio pur sempre speciale, dove non si distingue la partenza dal ritorno. La vera nostalgia non è quella per un’isola. E’ l’ansia di infinito”.

Renata Pompas

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