C’è strabismo e strabismo

Non sono un economista e non mi vanto di avere conoscenze approfondite nel campo. Sia chiaro. Cerco però di ragionare con un pizzico di sano razionalismo e una buona dose di concretezza. Data la lunga crisi che sta attanagliando l’Italia e che ha ridotto i consumi progressivamente in questi anni, tutte le imprese sopravvissute, in ogni settore, guardano all’esportazione come alla quasi unica strada per superare il periodo dannato. E siccome il nostro prodotto può sovente competere nell’ambito dell’eccellenza ma, al contrario, quasi mai è concorrenziale dal punto di vista del prezzo, spessissimo ci si orienta verso la fascia alta, se non quella esclusiva, dell’offerta. Fin qui tutto bene… però. C’è un “però” grosso come una casa, ovvero l’approccio al mercato interno. Secondo i dati Istat rielaborati da Coldiretti, rispetto all’inizio della crisi nel 2008, gli acquisti delle famiglie hanno subito un taglio che va dal 16% per i vestiti e calzature, al 12% per mobili, elettrodomestici e manutenzioni, fino all’8% per gli alimentari. Senza contare la riduzione di spesa per sanità, elettricità, istruzione e cultura. Ci sono, in queste mutazioni delle abitudini, segnali terribili – curare meno i denti, piuttosto che rinunciare all’istruzione per i propri figli, sono comportamenti che ci riportano davvero indietro di molti anni – altri, invece, più virtuosi come usare meno elettricità oppure limitare il consumo della droga del consumismo. In ogni caso siamo di fronte a cambiamenti socio-comportamentali strutturali e non passeggeri. La nostra società è mutata. In parte radicalizzata. I ricchi sono sempre più ricchi (e pochi) e le classi borghesi vengono falcidiate e avvicinate a quelle meno agiate in termini di potere d’acquisto. Si dice che le categorie del Novecento sono superate: parlare oggi di proletari, borghesi e quant’altro non avrebbe più senso. Bene, non usiamole più, ma resta il fatto che se la maggioranza della popolazione – cioè la classe media/medio-bassa – consuma meno e ha meno disponibilità, il sistema distributivo e produttivo li deve seguire, pena una portentosa recessione e il complessivo crollo di tutto il sistema. In poche parole o si fanno prodotti con prezzi più bassi oppure la distribuzione andrà a cercarli dove li fanno per continuare a vendere. E ancor più in soldoni: io posso anche produrre un’automobile di fascia altissima, ma se poi non c’è nessuno che me la compra nel nostro mercato, cosa la faccio a fare? E possiamo aggiungere: se faccio delle macchine piccole pessime e gli altri le fanno meglio, perché un consumatore che ha poco da spendere e lo vuole spendere bene, dovrebbe comperare le mie e non quelle degli altri? Credo che dare per morto il mercato interno sia l’atteggiamento più miope e irragionevole possibile, perché lasciarlo in mano a una aggressiva importazione crea una sorta di strabismo negativo che alla lunga (ma neanche troppo) può fare solo che male all’intero sistema paese. In Italia si vende prodotto estero a costo minore e i produttori italiani esportano all’estero prodotto di eccellenza: può durare? Non credo. Lo strabismo deve diventare virtuoso e i mondi dell’imprenditoria e della produzione hanno una sorta di obbligo morale verso il mercato interno e verso i consumatori italiani che, quasi sempre, hanno il merito storico di aver decretato la crescita e il successo delle imprese stesse. Ripeto, lo strabismo può essere virtuoso: si continui pure a produrre eccellenza per l’esportazione, ma si riservino linee di prodotto pensate, ragionate e realizzate a costi più bassi ma qualità certificata per il mercato interno. Altrimenti l’Italia diventerà una selva – più di quello che è già – di importazioni senza alcuna garanzia qualitativa.

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